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23 abril 2015

Psicologia de l'arbitratge. Estratègies comunicatives per a gestionar els conflictes del joc amb èxit 1/2

Formació

Taller: Psicologia de l'arbitratge. Estratègies comunicatives per a gestionar els conflictes del joc amb èxit


© Col·legi Oficial de Psicologia de Catalunya (COPC)
C/ Rocafort, 129 - 08015 Barcelona
Tfno
932.478.650
Fax
932.478.654
Adreça electrònica:
copc.b@copc.cat 
  



Tal i com varem informar a la taula rodona del proppassat mes de novembre, el Grup de Treball de Psicologia aplicada a l'arbitratge i al judici esportiu organitza, per primer cop, un taller especialment adreçat a àrbitres de totes les disciplinesesportives. 

L'objectiu és dotar els àrbitres de les eines necessàries perquè millorin les seves competències comunicatives i gestionin amb èxit els conflictes derivats de les situacions del joc. 

El taller, que es farà en dues sessions, serà dinàmic i participatiu, i compartiràs experiències amb companys d’altres esports que ampliaran la teva percepció de l'arbitratge, de la generació de conflictes i de la seva solució. 

Pots llegir més detalls al fullet informatiu adjunt i inscriure't a: 



25 marzo 2015

La psicologia arbitrale parte 4 - di Filippo Massimo Gomez

La psicologia arbitrale parte 4 - di Filippo Massimo Gomez


Un buon training per far fronte a determinate situazioni potrebbe essere quello dell’allenamento “a secco“ o meglio la prova ignota (anche denominata dell’immaginazione o visualizzazione).
Questa tecnica consiste nel rievocare e provare nell’immaginazione le situazioni che abbiamo vissuto nella realtà. Dovremmo riviverle così come sono accadute o come immaginiamo possano avvenire, con la consapevolezza di ciò che abbiamo fatto male (nel caso di comportamenti che vogliamo cambiare) e di come ci auspicheremmo di eseguire quel comportamento nel caso lo stesso avvenimento si ripetesse.
La situazione dovrebbe essere rivissuta nella nostra immaginazione in tutti i suoi aspetti: vedere, sentire, movimenti, sensazioni emotive… Esattamente nello stesso modo come se stessero accadendo nella realtà.
La tecnica della prova nell’immaginazione è molto utile per provare ogni tipo di comportamento: segnalazione, gestione del piano vasca, interpretazione delle azioni del gioco (espulsioni o altro), modi di reagire di fronte a certi atteggiamenti di giocatori e allenatori.
Quando facciamo pratica dell’immaginazione, dobbiamo essere concentrati come in partita e nel nostro corpo si devono attivare punti di tensione muscolare come quelli che sono attivati quando la pratica è vera, altrimenti sarebbe inutile farlo. Per questa ragione praticare un comportamento nell’immaginazione facilita il nostro intervento quando questi si presenta nella realtà: dobbiamo sforzarci di concentrarci sugli aspetti più importanti, quelli che noi abbiamo analizzato e ritenuto importanti. Così facendo eliminiamo le cattive abitudini e acquisiamo più facilmente quelle adatte.
Controlli di pensieri irrazionali e inconsci.
  1. Individuare le situazioni che pensiamo non siano state gestite al meglio. Meditare su ognuna delle azioni delle quali siamo insoddisfatti nelle nostre interpretazioni, mantenendo un dialogo interno del tipo: In quella situazione della partita dovevo fischiare rigore e non l’ho dato, ho dato un vantaggio e forse ho estremizzato etc.
  2. Focalizzare il motivo per cui non ho risolto la situazione nel migliore dei modi: “ho fischiato troppo presto, senza vedere quello che poteva accadere”.
  3. Rivivere nell’immaginazione le azioni non gestite al meglio, rivederle per come sono accadute, coinvolgendo tutti i sensi: vedere, sentire, movimento, segnalazione. Sperimentando anche le emozioni vissute.
  4. L’analisi delle situazioni assicura che la soluzione intrapresa fosse quella giusta. Esempio: se io fossi stato attento e concentrato, avrei notato che stava per succedere qualcosa e sarei intervenuto preventivamente. Se fossi stato nel punto giusto, avrei avuto più visuale per meglio analizzare la situazione.
Allo stesso modo in cui si possono provare situazioni che sono probabili nel reale, si possono provare anche nostre reazioni a fronte di situazioni di conflitto immaginarie o sentite confrontandosi con altri colleghi.
  1. I palcoscenici della carriera da arbitro e i loro obiettivi
Gli arbitri, in tutta la loro carriera attraversano vari palcoscenici evolutivi, ognuno di questi ha delle caratteristiche e mete diverse.
In una linea diretta verso l’alto, un arbitro che riesce a realizzarsi nella massima categoria passa attraverso quattro livelli: iniziazione (l’arbitraggio a livello regionale), miglioramento (assunzione di partite di più alto livello tecnico e ricerca per arrivare alla categoria nazionale), passaggio nelle categorie nazionali dalla categoria C alla categoria A) ed élite (arbitro per competizioni internazionali).
Dobbiamo essere consapevoli che non tutti arrivano a quest’ultimo livello. Per questa ragione, qualsiasi sia la nostra categoria, dobbiamo avere ben presente che possiamo essere utili e sentirci soddisfatti, anche quando i nostri sogni e attese iniziali non sono realizzati. Da questo punto di vista, e indipendentemente dal livello realizzato, pressoché tutti gli arbitri che sono chiamati ad assolvere il proprio compito, passano per i seguenti palcoscenici evolutivi:
  1. A) Avanzamento continuo.
Caratteristica di questo primo palcoscenico:
Dal momento che inizia la carriera da arbitro nel Comitato Regionale finché realizza il suo massimo nello stesso.
Questo percorso avrà una durata variabile che dipenderà dal proprio impegno, dalle proprie capacità, dalle caratteristiche e dalle attitudini individuali.
Motivazioni abituali in questa prima tappa:
Generalmente, ci presentiamo nel compito da arbitro per una qualsiasi delle motivazioni esposte nella sezione 1.1.
Dopo poco tempo comprendiamo che è un piacere arbitrare, stare in piscina insieme a colleghi e frequentare l’ambiente pallanuotistico.
Successivamente, saremo ricompensati con l’accettazione da parte delle squadre, dei nostri colleghi e noi stessi dalle nostre performance.
Tutto questo ci porta alla situazione desiderabile di sostituire la motivazione primordiale esterna (il guadagno economico), per un’altra motivazione di tipo interno: la soddisfazione di aver assolto bene il nostro compito e guardare avanti con fiducia.
Questo nuovo processo in realtà ci autoalimenta. Senza accorgercene ci troviamo in una fase successiva e in un nuovo step della carriera di arbitro.
Il processo si ripete ancora e ancora: a categorie più alte, più introito economico, più riconoscimento sociale, più fiducia e autostima. Finché arriviamo a un punto dove noi non avanziamo più di categoria.
Quali sono le considerazioni da fare in questa prima tappa?
Pensare al compito da arbitro come un piano di carriera continuo.
Principalmente, noi dobbiamo imparare e lavorare bene, con umiltà per la nostra continua crescita professionale.
Apprendere e applicare bene le cose che ci sono insegnate e impartite, senza pensare con assiduità e ossessione al risultato e alle ascese.
Non essersi create false illusioni.
Meditare sulle proprie attitudini e limiti.
Essere umile.
  1. B) Stabilizzazione
Caratteristica di questo secondo palcoscenico:
Non avanziamo di categoria e restiamo molte stagioni nella stessa.
I nostri compagni di promozione avanzano e noi no.
Arbitriamo meno dei nostri colleghi e le peggiori partite della nostra categoria.
Le posizioni da analizzare in questa seconda tappa:
Analizzare criticamente la situazione nella quale ci troviamo.
Cercare le ragioni della nostra posizione stagnante, senza trovare scusa alcuna ed evidenziando le nostre responsabilità.
Continuare a impegnarsi e a lavorare per migliorare le nostre prestazioni, confrontarsi con colleghi più esperti, perché anche se la perseveranza non ci assicura il successo, è evidente che gettare la spugna può portarci solamente al fallimento e la regressione nella nostra carriera di arbitro.
Continuare a prefissarci obiettivi a corto termine e non molto ambiziosi che ci autoalimentano.
Non dobbiamo pensare che ci siamo arenati solamente perché dei colleghi hanno avuto più opportunità e/o raccomandazioni rispetto a noi.
Essere consapevole che la cosa più importante in questa fase è stabilire delle mete e un diverso piano di carriera da arbitro, indifferentemente dal tempo che noi prenderemo per avanzare di categoria. L’importante sarà farlo in modo costante e con tenacia.
Quando ci confrontiamo con i nostri colleghi di promozione, dovremmo farlo nelle condizioni positive, mai in termini negativi e senza alimentarsi d’invidia e di risentimento.
Dobbiamo assolvere al meglio il compito che ci verrà affidato, in ogni situazione ed essere felici di farlo, indifferentemente dalla categoria nella quale siamo chiamati a cimentarci.
Dobbiamo competere principalmente con noi stessi, non l’uno contro l’altro e in modo antisportivo.
Mantenere uno scambio di impressioni con il tutor (se l’abbiamo), con arbitri di più elevata esperienza, con colleghi di fiducia e con tecnici responsabili, può servirci a prendere coscienza delle situazioni e cercare soluzioni a problematiche che la nostra competenza attuale non ci consentirebbe di affrontare.
E’ possibile che il nostro ruolo nel mondo arbitrale sia teatrale, non fortemente voluto e ci siamo dentro senza stimoli, non comprendendo che questa è un’importante fase formativa per il proseguimento della carriera, mancando di rispetto a tutti quelli che generalmente investono energie in questo sport.
  1. C) Terzo palcoscenico: regressione
Caratteristica di questo terzo palcoscenico:
Perdita della categoria.
Sentirsi persi e non più utili alla causa.
Pensare che non vale la pena continuare nell’arbitraggio.
Le situazioni che si possono adattare a questa fase per far sì di continuare nell’attività da arbitraggio potrebbero essere:
Reagire positivamente e riorientare la propria situazione, analizzandola in profondità.
Non cercare scuse guardando principalmente a colpe esterne.
Chiedersi se si è fatto tutto il possibile per mantenersi a certi livelli, se mi sono allenato abbastanza, se conosco a sufficienza il regolamento, le sue interpretazioni, etc.
In categorie inferiori noi possiamo continuare ad arbitrare e sentirci utili alla causa, trasferendo la nostra esperienza ad arbitri più giovani che potranno fare tesoro dei nostri insegnamenti.
Possiamo così ottenere il loro riconoscimento e apprezzamento, essere accettati più per quello che siamo che per quello che abbiamo dato (inteso come categoria raggiunta da arbitro).
Dobbiamo mantenere contatti e scambi d’impressioni con colleghi di fiducia, col nostro tutor (se l’abbiamo) per capire precisamente in che situazione ci troviamo, e come reindirizzare le nostre mete e obiettivi.

La figura del tutor
È molto difficile incamminarsi nella vita senza nessuno che ci aiuti, ci guidi, ci informi delle insidie e dei pericoli e c’insegni cose utili nell’attività che stiamo incominciando a intraprendere. Questa è una cosa normale nella vita, direi quasi accademico nel mondo del lavoro e, perché no, nel mondo dell’arbitraggio. Questa figura è da identificarsi nel ” tutor “.
Il tutor è una persona di fiducia che ci guida, insegna, aiuta a superare i momenti difficili della nostra carriera da arbitro perché fa da insegnante, da modello, da guida, da consulente, da amico, da confidente, da complice. Grazie ai suoi consigli noi saremo capaci di vedere in modo chiaro la strada dinanzi a noi per assimilare quei concetti utili per evolvere la nostra tecnica da arbitro. Il tutor è quella persona che ci offre il suo sostegno, ha avuto fiducia in noi e ci ha aiutato ad avere fiducia e consapevolezza nei nostri mezzi per darci la possibilità di arrivare al posto che, per i nostri meriti, ora occupiamo nel mondo arbitrale.
Il tutor è una persona dell’universo arbitrale, ma non deve essere necessariamente una persona influente nelle decisioni finali. Il tutor non ci raccomanda per il salto di categoria, ma fa in modo che quando le nostre chanches si presentano noi, saremo pronti ad affrontarle con la tranquillità e la consapevolezza di chi è stato preparato a dovere per far fronte alle difficoltà che l’evento prevede.
È, infatti, nei momenti difficili che dobbiamo andare dal nostro tutor così che lui ci possa aiutare a discernere perché stiamo attraversando un cattivo momento e deve aiutarci a capirlo per affrontarlo e risolverlo.
E’ facile dimenticare il nostro tutor nei momenti del successo, poiché quando le cose vanno bene, è facile cadere nell’autosufficienza e nell’egocentrismo. Certamente, uno scambio d’impressioni col nostro tutor ci farà capire che il successo può essere effimero se noi non siamo umili, costanti e persistenti nel lavoro.



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12 marzo 2015

La psicologia arbitrale parte 3 - di Filippo Massimo Gomez


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La psicologia arbitrale parte 3 - di Filippo Massimo Gomez


Ognuna di queste linee di pensiero rappresenta una caratteristica intrinseca della persona, difficile da accettare con obiettività ma credo si possa dire con certezza che:
Quando una persona accampa pretesti per evitare il fallimento, attribuendo al caso o alla fortuna i suoi successi, e a lui i suoi fallimenti, siamo di fronte ad una persona molto pessimistica che difficilmente arriverà a un risultato positivo di fronte ad una sfida.
Quando qualcuno, crede con convinzione che le cose riescono bene solo grazie alle proprie attitudini e che quelle che riescono cattive sono esclusivamente colpa degli uni o degli altri, difficilmente sarà capace di arrivare a sfide nuove, perché non riconoscendo i propri errori difficilmente,  avrà l’umiltà di imparare da questi ultimi.
Qual è il modo corretto di coniugare questi aspetti, specialmente nell’arbitraggio?
Trovare un equilibrio fra quelli che sono i propri desideri e le proprie possibilità.
Affrontare le sfide senza temere di fallire, presupponendo che l’imponderabile è sempre dietro l’angolo, gli errori possono sempre essere commessi l’importante è non restare sugli stessi.
Se si sbaglia, dargli l’importanza che merita, essere consapevole degli errori commessi, valutarli, analizzarli, per far sì che l’esperienza maturata  possa servire sicuramente alla prima occasione utile.
Non considerarsi il responsabile assoluto di tutto ciò che è accaduto, ma analizzare con coscienza e obiettività l’accaduto e trarne le dovute considerazioni per tramutarle in esperienza da utilizzare alla prima occasione.
Assumersi le proprie responsabilità, non evitarle e soprattutto non scaricarle.
Per prendere coscienza delle cose sopra citate è necessario, prima di tutto essere umili, conoscersi bene, meditare sul proprio modo di pensare e di essere, sapere come affrontare nuove sfide consapevoli di porsi di fronte a loro nel modo giusto. Inoltre, non ultimo imparare con obiettività a stabilire sfide, mete, obiettivi.
  1. Mete e obiettivi
Una meta è il conseguimento di uno specifico scopo avente un certo grado di difficoltà, generalmente in una durata avente un tempo limitato. Sapere come stabilire mete o obiettivi è fondamentale, principalmente nelle prime fasi di formazione.
Perché è così importante imparare come stabilire le proprie mete?
Perché aumentano la motivazione e l’autostima.
Perché esse dirigono, mantengono e aumentano l’attenzione, lo sforzo, la motivazione, l’autostima e il risultato.
Perché evitano di disperdere l’attenzione, le energie, gli investimenti, lo sforzo e l’azione verso cose ritenute accessorie o aspetti non importanti.
Perché fanno in modo che si abbia un punto di partenza e uno di arrivo.
Perché evitano la creazione di false illusioni.
Perché evitano i fallimenti, qualche volta precoci, del tipo: una promozione non arrivata dopo un determinato tempo.
Perché favoriscono il superamento delle fasi di stanchezza e dei cali di tensione.
2.1. Caratteristica che deve avere una meta per essere ben formulata.
  1. A) E’ assolutamente fondamentale che una meta sia stilata in maniera del tutto obiettiva. Soltanto così noi sapremo quello che dobbiamo fare per raggiungerla, eventuali anticipi di cui potremmo usufruire o conseguimenti di obiettivi in tempi più brevi di quelli prefissati, andranno presi con la giusta considerazione, con umiltà e non dovranno farci pensare di essere dei geni o dei fenomeni. Un esempio calzante riferito a una partita di pallanuoto potrebbe essere quello dell’attribuzione di un rigore: va dato al tempo giusto, non in anticipo né in ritardo, con obiettività e senza interpretazioni personali: Io devo alzare il braccio disteso, mostrare la mano destra e le cinque dita; stabilisco un contatto visivo con il difensore: indico soltanto quel giocatore (è necessario perché potrebbero esserci più di un giocatore nell’area); indico poi il suo numero così che tutti vedono e capiscono, in seguito indico al tavolo della giuria senza comunque perdere di vista il campo. Esempio: la meta per ottenere delle buone segnalazioni non può essere formulata in un modo soggettivo: pensando che devo indicare bene (e null’altro), la nostra indicazione personale potrebbe essere non conforme a quelle che sono le regole e provocare all’interno della partita, l’incomprensione delle nostre decisioni ai protagonisti di una partita con conseguenti danni irreparabili alla stessa.”
  2. B) Pensare di fare bene una cosa potrebbe già significare stabilire una meta. Pensare di arrivare ad arbitrare una finale olimpica a inizio carriera è solamente esprimere un desiderio.
Ogni meta è individuale, poiché ciascuno di noi conosce bene se stesso o almeno dovrebbe e sa bene quali potrebbero essere i propri obiettivi. Ogni meta è e deve essere individuale.
Esempi di mete individuali: ottenere una buona segnalazione, trovare una migliore posizione sul bordo vasca, migliorare i tempi d’intervento etc.
Le mete volte poi ai risultati finali, dipendono spesso da terze persone, sono perciò meno verificabili e più difficili da correggere.
Esempi di mete volte ai risultati: arrivare una certa categoria, dirigere partite di difficoltà elevata etc..
  1. C) Una meta deve essere specifica
Nella loro formulazione: quello che farò.
Nella loro data: quando lo farò.
Nella loro strategia: come lo farò.
Esempio: “In una partita io devo essere capace di accordare un tiro di rigore quando il fallo c’è, senza indugi, al momento appropriato, con un buon movimento del corpo ed emettendo la segnalazione con fermezza e sicurezza.
  1. D) Dobbiamo essere in grado di dare priorità alle cose ed avere l’abilità di sapere quello di cui abbiamo bisogno per arrivare alla meta. Tornando all’esempio del fallo da rigore, devo lavorare per trovare la miglior posizione, poi lavorerò per capire lo svolgersi dell’azione. Solo se sarò nella giusta posizione, potrò vedere lo svolgersi dell’azione e, di conseguenza, con tranquillità potrò poi sanzionare.
  2. E) devono essere formulate in modo tale da evitare risultati negativi.
  3. F) Mete e obiettivi devono essere compatibili l’un l’altro.
  4. G) Gli obiettivi devono essere flessibili, verificabili step by step e modificabili, se necessario, in corso d’opera.
  5. H) Devono avere un certo livello di difficoltà, essere realistiche, poiché, se sono facili, il loro conseguimento non innescherà motivazione. Se invece sono difficili, noi saremo demotivati quando non vediamo il loro raggiungimento in tempi ragionevoli e prefissati.
  6. I) dobbiamo prefissarci mete intermedie, poiché il loro conseguimento ci motiverà per persistere nell’obiettivo finale. Se ci poniamo obiettivi a lunga durata, saremo demotivati quando vediamo che questi tardano ad arrivare, mentre il raggiungimento di obiettivi a medio termine sarà stimolante per la ricerca di quello successivo.
  7. K) Un ottimo consiglio potrebbe essere quello di annotare le mete prefissate per ricordarle e mantenere vivo l’interesse verso le stesse.
  8. L) essere consapevoli dei risultati raggiunti e degli effetti benefici che ci hanno portato ci spinge ulteriormente alla realizzazione di mete nuove.
  9. I Pensieri inconsci e irrazionali.
Determinate categorie di pensieri, possono alterare la nostra motivazione e far scemare la fiducia in noi stessi. Questa classe di pensieri possono essere comuni anche alla vita quotidiana e apparire in una partita che stiamo arbitrando. È molto importante riconoscere e controllare questa categoria di pensieri perché essi hanno un impatto sui nostri sentimenti e conseguenza sul nostro comportamento. Se i nostri pensieri sono positivi, avremo una più grande fiducia in noi e miglioreremo il nostro prodotto. D’altra parte il controllo dei nostri pensieri ha un impatto nell’interezza delle capacità psicologiche che sono necessarie per portare al termine il nostro compito.
3.1. Quali e cosa sono i pensieri irrazionali e devianti?
Sono pensieri che provocano effetti contrastanti ed emotivi.
La loro base è la polarizzazione che equivale a dire, la tendenza a vedere e valutare le cose in termini assoluti (bianco / nero, successo / fallimento).
Sono espressi in forma di necessità (io “Devo… “, Io sono costretto… “, ecc.).
Quando ci prefiggiamo un obiettivo, potremmo avere emozioni che interferiscono nel conseguimento del risultato finale, condizionando lo stato d’animo e di conseguenza il comportamento. Essi danno origine a stati di ansia che ci destabilizzano, non ci consentono di essere noi stessi, non ci permettono di lavorare con tranquillità e nel modo giusto. Rifiutarli e/o controllarli è essenziale ma prima bisogna individuarli. Avere pensieri irrazionali e/o devianti non è strano, la cosa negativa è permettere  loro di invaderci, persistere e perturbarci. Se sono frequenti, si potrebbe fare un elenco di pensieri soliti e negativi e scrivere al lato il pensiero che corrisponde alla situazione positiva.
3.2. Tipi di pensieri più frequenti e irrazionali
Di seguito elenchiamo una serie di pensieri più frequenti e irrazionali che ricorrono nella vita quotidiana e nell’arbitraggio.
  1. Necessità di approvazione
Del bisogno da parte dell’arbitro di sapere da terzi al termine di una partita com’è stata la sua prestazione, cercando apprezzamenti e approvazioni per avere una maggiore tranquillità.
Nel contesto generale di una partita provare disagio se non si è accettati dai colleghi, dal delegato e dal Centro Tecnico
In una partita non sentirsi accettati nelle critiche del pubblico, dai giocatori, dai tecnici.
Come conseguenza di tutto questo, il pensiero, le azioni e le energie saranno finalizzati per trovare quest’approvazione generale e non alla tutela della partita, snaturando quelle che sono le nostre caratteristiche e di conseguenza non avendo più feeling con la stessa.
  1. Il successo personale dipende dalla perfezione assoluta
Nell’arbitraggio, se non si raggiunge una certa categoria o se non si dirigono importanti partite, si pensa di non avere un certo valore personale e non si è perfetti e idonei.
Nessuno è esente da errori, anche in compiti in cui si è dimostrato generalmente competente.
Nessuno è bravo ed esperto nelle attività che inizia a intraprendere.
Ognuno che non si è dimostrato bravo e competente nell’attività intrapresa ha dovuto fare sacrifici per diventarlo.
  1. Catastrofismo.
Pensare che è terribile e catastrofico non realizzare gli obiettivi che avevamo prefissato.
I desideri non necessariamente sono necessità.
Le conseguenze del fallimento possono essere estreme: se noi non scaliamo di categoria, smettiamo di arbitrare, ma  bisogna ricordare  che: “Volere una cosa non è necessariamente averla”.
L’errore non è un fallimento.
Tra l’obiettivo e il vero fallimento c’è una grande quantità di sfumature.
  1. Essere preparato quando non tutte le cose vanno per il verso giusto
Sapere ed essere coscienti che ci sono persone che godono non per quello che fanno e per gli obiettivi che conseguono, ma per gli errori altrui.
Si pensa spesso agli aspetti negativi della vita, preparandoci a delle sconfitte improvvise che possono venire, ma senza alcuna certezza che accadranno.
C’è chi pensa solamente ad accedere alla categoria superiore e non alla quantità di sacrifici da investire.
  1. La fatalità è incontrollabile.
Essere consapevole che a volte non si può fare nulla per evitare spiacevoli situazioni.
Troppo spesso si da un’attribuzione esterna alla responsabilità dei fallimenti.
Se si da un’attribuzione interna ai successi, appare l’egocentrismo.
Quasi sempre si crede che il successo di altri e il proprio fallimento siano dovuti all’intervento di terze persone, in tal caso si è solo ossessionati dal pensiero che si faccia del favoritismo.
Pensando a quest’ultima frase non si può cadere nell’errore di sete di giustizia a tutti i costi, anche quello di farla in maniera del tutto sommaria.
Non possiamo controllare tutto ciò che accade intorno a noi.
Possiamo contribuire al nostro benessere senza farci influenzare da fattori esterni.
  1. Sete di giustizia.
C’è chi crede che un certo tipo di persone abbia un’indole essenzialmente cattiva, che infanga le potenzialità e gli obiettivi degli altri e pretende che venga fatta giustizia a tutti i costi.
Ci sono arbitri ossessionati dall’arrivare ad un obiettivo a tutti i costi e per questa ragione criticano colleghi, allenatori e giocatori attribuendo loro difetti, infangandoli. Questi arbitri non dovrebbero avere successo ed essere dismessi, perché non in sintonia con le linee guida dettate dal comportamento etico dell‘arbitro
È possibile che alcune persone effettivamente abbiano questi modi di fare, ma il nostro compito è solo quello di condannarle, denunciarle agli organi competenti e proseguire per le nostre mete ed obiettivi.
  1. È più facile evitare certe responsabilità e difficoltà che affrontarle.
Questo è il comportamento di chi crede al successo basato sull’evitare i problemi ed esentarsi dalle responsabilità e di risolverne le conseguenze negative.
  1. Generalizzazioni.
Fare delle statistiche avendo a disposizione esigue quantità di dati è come una superstizione.
Per esempio, credere che con una certa giuria le cose andranno sempre male perché noi abbiamo avuto problemi con loro in un paio di partite. Dobbiamo scoprire le ragioni per le quali le cose non sono andate per il verso giusto per fare in modo che in una prossima occasione le cose vadano meglio. Identificando queste motivazioni e lavorando per cambiarle, le cose andranno necessariamente meglio.
3.3. Le strategie per controllare i pensieri irrazionali e inconsci
  1. A) Individuazione e loro sostituzione.
Questa strategia può essere utile specialmente quando pensieri negativi ci assaltano all’interno di una partita.
Prima cosa da fare è cercare di capire quando questi pensieri stanno violando la nostra tranquillità, riconoscerli, fermarli, se il caso riflettere un attimo e immediatamente ritrovare il nostro equilibrio.
Seconda cosa da attuare è sostituire il pensiero negativo con un altro di positivo, al fine di ricondurre la partita sul giusto binario.
Le variazioni sono infinite. Evidenziamo di seguito alcune probabili soluzioni:
  1. Si ha la sensibilità che un problema stia per accadere – Come mi devo comportare? Prendere la decisione giusta al fine, di prevenire situazioni che complicherebbero il buon andamento della gara.
  2. Definire il problema – Che dovrei fare? – Intervenire nel minor tempo possibile con autorevolezza per evitare il degenerare della situazione.
  3. Focalizzarsi sul problema concreto stando attento alle situazioni che vanno a crearsi, concentrato e pronto a intervenire.
  4. Condizionarsi in positivo a fronte di adeguati interventi del tipo “Sono intervenuto nel momento giusto, sto facendo bene“.
  5. Verbalizzazione degli errori. Non sono intervenuto, devo essere più attento.
  6. Valutare il perché ero fuori in quella tipologia di azione: sto facendolo molto bene nelle espulsioni, ma dovrei essere più attento sul perimetro e lavorare per migliorare quest’aspetto.

02 marzo 2015

La psicologia arbitrale - di Filippo Massimo Gomez

... Supongo que se podría decir que la diferencia entre un buen árbitro y uno excelente es la capacidad de hacer frente a situaciones no ponderables y codificadas, las posibles dificultades psicológicas que surgen y se manifiestan durante una reunión y la correcta gestión de la misma, la transmisión la confianza, la serenidad y el equilibrio, el control de sus ansiedades, miedos, emociones y entra en los reinos de la carrera y no como actor, sino como los que protegen las estrellas y los actores entendidos como jugadores reales. Por último, frente a la forma en que las relaciones correctas con ellos...


20 abril 2014

La actitud es una cosa pequeña que hace una gran diferencia por Nikos Stravropoulos

waterpololive

La actitud es una cosa pequeña que hace una gran diferencia (Nikos Stravropoulos)

articulo original :   http://www.waterpololive.gr

La actitud es una cosa pequeña que hace una gran diferencia

La relación entre las habilidades psicológicas y la aptitud de los árbitros juegan un papel importante en el rendimiento. El éxito o fracaso de un árbitro depende tanto de las capacidades físicas (por ejemplo, la preparación de los requisitos específicos de la lucha, la técnica, la movilidad, visuales ...) y de las capacidades mentales (por ejemplo, la confianza, la concentración, el control emocional ...). Esta relación entre los aspectos físicos y habilidades psicológicas es emocionante.

VIRTUDES PERSONALES QUE MARCAN LA DIFERENCIA
Arbitraje en el waterpolo requiere un alto índice de conocimiento técnico, pero es indudable que hay un arte que hace el excelente árbitro. Este arte, que parece un árbitro durante el juego-depende en gran medida de las cualidades personales, virtudes y cualidades. Estos importantes son: Confiabilidad, Integridad, rapidez de decisión,sentido común , Elegancia Elegancia, Comunicación, Confianza, Placer y Motivación.

NACIONAL RACE - PANIONIOS KI OCASIÓN ...
La oportunidad de hablar de uno de los anteriores especiales virtudes-esto-es el placer el partido de ayer para oficiar Papastratio Natación Pireo. Un "juego emocionante que lo tenía todo", como usted escribió titulares de la prensa deportiva, si nuestro deporte tuvo la vista de los demás. Me gustó mucho, lo disfruté, es una bendición y una motivación para que mi participación en el futuro. Tenía movimiento ritmo, inspiración, gimnasio, gran técnica y excelentes tácticas. Una intensidad y la pasión con regocijo los jugadores, los aficionados una participación significativa, el entusiasmo y la frustración. Había sufrido torceduras graves y los cambios en las fases y puntuación. Tenía todas las características que la FINA a través de nuevas regulaciones como el deporte: "... Más rápido, más inteligencia y menos violento ... (Más rápido, más inteligente, menos violento)." Él no tenía más que "algo" muy especial y "digno de mención".

JUGADORES DE CALIDAD, ENTRENADORES Y LOS AGKALIES END
Muchas veces nos regañan toda culpa, se enojan, tirar los demás, hablar mal nos pasó a nosotros. Esencialmente lo tanto crear y mantener una gran distancia entre nosotros perder la esencia de este deporte, que es el juego, la diversión, el disfrute, la fiesta. Voy a compartir con ustedes lo que "otra era", y me hizo disfrutar de ella de manera integral. ¿Cuál fue el comportamiento y las cualidades excepcionales de los atletas y entrenadores, que de manera óptima con gran aceptación enseñó lo que significa la cooperación entre nosotros. Tengo ante mí la vuelta dos entrenadores para felicitaciones, tan pronto como terminó el juego. Tengo mis ojos en el tiempo increíble que abarca los Heads-2 de cinco años en la piscina (de A a Leader, deportista, hombre con una letra mayúscula). Me siento más en mi mano apretando por los elogios y la aceptación final de ganadores y perdedores, atletas, entrenadores, jugadores. Un agradecimiento muy grande. Soy un hombre afortunado que participan activamente en los deportes tales momentos humanos.

NECESIDAD DE PROMOCIÓN DE NUESTROS DATOS POSITIVOS
Es importante, en esta temporada y momento particular de cambio y ajuste a presentar, para anunciar y mostrar los valores particulares de nuestras virtudes y nuestras mejores cualidades como un deporte de hombres, con cualquier título de participar en esto. Necesitamos visibilidad positiva momentos-como ayer-como ejemplo, el carácter, la coherencia, la continuidad, el disfrute y la motivación.


No lo olvide: "... La actitud es una cosa pequeña que hace una gran diferencia ..."